Cocaina News
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Cannabis: distrugge l'armonia del cervello |
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Scritto da equipe
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Giovedì 03 Novembre 2011 15:35 |
31-10-2011 Cannabis: distrugge l’armonia del cervello
| | Fonte: www.dronet.org | Titolo originale e autori: Kucewicz MT, Tricklebank MD, Bogacz R, Jones MW, Dysfunctional Prefrontal Cortical Network Activity and Interactions following Cannabinoid Receptor Activation, Journal of Neuroscience, 26 October 2011, 31(43):15560-15568; doi: 10.1523/-
| Sotto effetto della cannabis, l’attività cerebrale diventa scoordinata e imprecisa, portando a disturbi neurofisiologici e comportamentali che ricordano quelli osservati nella schizofrenia. Un nuovo studio inglese condotto dai neuroscienziati dell’Università di Bristol, e pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience, ha analizzato l’attività della rete corticale prefrontale e le interazioni limbico corticali a seguito dell’attivazione dei recettori cannabinoidi. L’attività cerebrale può essere paragonata ad una orchestra: ogni struttura specifica si sintonizza l’una con l’altra a frequenze definite, che danno origine ad onde cerebrali, che permettono l’elaborazione delle informazioni utilizzate per guidare il nostro comportamento. I neuroscienziati hanno monitorato i cambiamenti nella coordinazione delle interazioni tra reti limbico-corticali in topi a cui era stato somministrato un farmaco che mima gli effetti psicoattivi della cannabis, osservando un totale scoordinamento delle interazioni tra ippocampo e corteccia prefrontale, come se due sezioni dell’orchestra non fossero sincronizzate. Entrambe le strutture cerebrali svolgono un ruolo fondamentale nei processi mnemonici e decisionali e sono direttamente colpite dalla schizofrenia. In conclusione, i risultati dello studio dimostrano che gli effetti dannosi della cannabis sulla memoria e sui processi cognitivi sono il risultato di reti cerebrali disorchestrate, che rendono difficili operazioni quotidiane come quella di prendere decisioni.
| Redattore: Staff Dronet Indirizzo: Programma Regionale sulle Dipendenze Email:
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L’EMDR e le Dipendenze Patologiche |
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Scritto da Paolo Giovannelli
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Giovedì 11 Agosto 2011 10:51 |
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EMDR o Eye Movements Desensitization and Reprocessing è una tecnica complementare alla psicoterapia che sfrutta la stimolazione cerebrale bilaterale per promuovere un processo di rielaborazione adattiva delle informazioni. Il termine “informazioni”, qui usato in modo generico, comprende i vissuti emotivi e cognitivi radicati in ogni persona in seguito alle esperienze più o meno traumatiche della propria esistenza. Alcuni esempi: un grave incidente, gli abusi sessuali, un lutto, una separazione, il maltrattamento cronico e le gravi carenze affettive. Il lavoro con l’EMDR si traduce in un apprezzabile miglioramento dell’insonnia, dei sintomi d’ansia e depressivi, della gestione emotiva e dell’autostima. Tali problematiche sono ben note a chi fa uso di sostanze, le quali spesso vengono utilizzate a scopo erroneamente “curativo”. In pratica come funziona l’EMDR? Il terapeuta, dopo aver raccolto un’attenta anamnesi e selezionato insieme al paziente alcuni “target” su cui lavorare, al momento debito induce una stimolazione bilaterale cerebrale tramite “movimenti oculari bilaterali” oppure utilizzando il “tapping”(stimolazione tattile). Inducendo il passaggio dello sguardo da un campo visivo a quello opposto (o “picchiettando” le ginocchia del paziente in modo alternato), gli emisferi cerebrali si attivano e il materiale registrato in maniera disfunzionale nella memoria, viene rielaborato. La rapidità di tale rielaborazione dipende da moltissimi fattori tra cui la relazione con il terapeuta e il tipo di disturbo sottostante, ma il più delle volte, nei traumi semplici, è sufficiente qualche seduta per raggiungere un maggiore benessere. Ai “non addetti” potrebbe sembrare una tecnica simile all’ipnosi, ma così non è. Il paziente è sempre perfettamente lucido ed ha il controllo di ciò che avviene in ogni istante. Come nasce e a cosa serve? La tecnica nasce negli anni ’80 grazie agli studi di Francine Shapiro, ricercatrice e psicoterapeuta statunitense. Inizialmente usata, con ottimi risultati, per la cura del PTSD (disturbo post traumatico da stress) sui reduci delle guerre, attualmente ha molti raggi d’azione. Si può dire che venga applicata ad ogni campo della psichiatria. Viene ormai utilizzata per rielaborare i vissuti conseguenti a traumi maggiori e minori ed anche per “installare” risorse positive in alcune situazioni ansiogene e destabilizzanti (fobia sociale, fobie specifiche). Lo scopo naturalmente è quello di ridurre la sintomatologia disturbante. EMDR e tossicodipendenze (TD): possiamo affermare che un’altissima percentuale di soggetti dipendenti da una o più sostanze porti con sé una storia di vita caratterizzata da eventi traumatici o da grave incuria genitoriale. Si pensi ad esempio all’alta percentuale di alcolisti tra i reduci della guerra del Vietnam oppure agli abusi ed ai maltrattamenti vissuti dalle pazienti con disturbo borderline di personalità. Non a caso viene citato il disturbo borderline, essendo esso in stretta correlazione con le dipendenze patologiche. Esiste un protocollo specifico nel trattamento delle TD con EMDR. Tuttavia quest’ultimo non può in alcun modo essere applicato rigidamente e va “personalizzato” in base alla storia ed alle problematiche personologiche sottostanti la dipendenza. Gli obiettivi della terapia sono la gestione del craving, la crescita dell’autostima, la riduzione dell’ansia, della rabbia, della vergogna e del senso di colpa che padroneggiano in tali disturbi. Cosa dice la letteratura: La letteratura scientifica è ricca di articoli in particolare relativi al PTSD. Gli studi di comparazione con altre tecniche psicoterapiche mostrano risultati illuminanti specialmente per la rapidità di azione di questa tecnica cui, in effetti, segue una veloce risoluzione dei sintomi. Rispetto alle altre aree di patologia gli studi sono in crescita, offrono buoni risultati, sovrapponibili a varie tecniche psicoterapiche. Essendo una tecnica relativamente recente la ricerca sta procedendo in tutte le aree del disagio psichico grazie al lavoro di numerosi terapeuti, italiani e stranieri, che clinicamente ottengono risultati tangibili nel trattamento della maggior parte dei disturbi. di Paola Sidoli Psichiatra, terapista EMDR |
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Il padre in carcere ed abuso di cocaina dei figli |
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Scritto da Paolo Giovannelli
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Martedì 19 Luglio 2011 20:15 |
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Un gruppo di ricercatori americani ha indagato, per la prima volta, gli effetti che l’incarcerazione paterna può avere sul consumo di sostanze stupefacenti nel periodo di transizione dall’adolescenza all’età adulta. Le informazioni sono state ricavate dal National Longitudinal Study of Adolescent Health (Michael E. Roettger, Raymond R. Swisher, Danielle C. Kuhl & Jorge Chavez; “Addiction” Volume 106, Issue 1, pages 121–132, January 2011) che ha offerto un campione rappresentativo degli adolescenti statunitensi seguiti longitudinalmente dall’adolescenza fino alla prima età adulta. Il campione iniziale era costituito approssimativamente da 20000 ragazzi, intervistati quando avevano un età compresa tra i 12 e i 18 anni (fase I). Il follow up è avvenuto l’anno successivo (fase II) e in età adulta, tra i 18 e i 27 anni (fase III), con circa 15000 partecipanti che hanno concluso l’inchiesta (72%) e che sono dunque entrati a far parte del campione di questo studio (7157 maschi e 7997 femmine). I risultati hanno mostrato che per tutti gli intervistati, indipendentemente dal genere sessuale, la detenzione paterna risulta determinare un maggiore rischio di fare uso di sostanze stupefacenti, compresa la cocaina, rispetto al campione di controllo, indipendentemente dalle variabili di età ed etnia. In particolare, tra coloro i quali non hanno mai avuto il padre in carcere vi è un consumo di droga che si attesta attorno al 14% (tra i 21 e i 24 anni) del campione maschile, e al 6-7% (tra i 19 e i 24 anni) del campione femminile totale. Tra i figli dei detenuti invece il consumo di droghe aumenta considerevolmente fino ad arrivare a 21-25% tra i maschi e a 8-10% tra le femmine. Tale associazione permane significativa anche indipendentemente da altri fattori individuali e familiari. A cura di: Dott.Paolo Giovannelli e Dott.ssa Claudia Bernasconi |
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Alcol nei giovanissimi: i dati dell'Emilia Romagna |
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Scritto da Paolo Giovannelli
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Giovedì 26 Maggio 2011 07:52 |
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Da una recente indagine dell’Istituto Superiore di Sanità effettuato su un campione di 214 classi delle primarie di secondo grado (ex medie) e delle secondarie (ex superiori) della regione Emilia Romagna emergono i seguenti dati epidemiologici: Beve alcol 1 volta la settimana il 3,38% dei ragazzini di 11 anni il 7,48% dei ragazzini di 13 anni Beve alcol tutti i giorni: il 2% dei ragazzini di 11 anni il 2,39% dei ragazzini di 13 anni Beve il finesettimana: il 6% dei ragazzini di 11 anni il 9% dei ragazzini di 13 anni Ai lettori ogni riflessione A cura di Paolo Giovannelli |
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Bullismo, ragazze, depressione e Cocaina |
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Scritto da Paolo Giovannelli
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Giovedì 12 Maggio 2011 16:02 |
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Fenomeni di bullismo possono avere serie conseguenze sull’adolescente che ne è vittima. Sembra però che tali effetti cambiano a seconda del sesso della persona coinvolta. In entrambi i casi la depressione rappresenta una verosimile conseguenza di queste esperienze. Nel caso delle ragazze, tuttavia, l’essere vittima di bullismo può condurre con maggiore probabilità al consumo di sostanze stupefacenti, soprattutto Cocaina, rispetto ai ragazzi. Ciò è stato dimostrato da una ricerca condotta recentemente da Jeremy Luk, ricercatore dell’Università di Washington, finanziata dal National Institute of Child Health and Human Development (NICHD) e pubblicata sulla rivista Prevention Science. Precedenti ricerche avevano mostrato come il bullismo fosse associato a sentimenti di solitudine, depressione e ideazione suicidaria, ma tale ricerca ha per la prima volta identificato la depressione come un possibile mediatore tra l’essere vittima di bullismo e il consumo di sostanze. Per lo studio è stato utilizzato il sondaggio HBSC (Health Behavior in School Aged Children) col quale è stato indagato, considerando come finestra temporale gli ultimi trenta giorni, il tono dell’umore e la frequenza con cui, in questo periodo, un campione nazionalmente rappresentativo di 1495 adolescenti ha consumato specifiche sostanze stupefacenti. I risultati hanno mostrato una correlazione significativa tra l’essere vittima di bullismo e il consumo di sostanze stupefacenti, soprattutto Cocaina. Tale legame risulterebbe mediato dallo stato depressivo. In altre parole sembrerebbe che la vittimizzazione, soprattutto nelle ragazze, determini spesso intensi sentimenti depressivi che verrebbero frequentemente contrastati dal consumo di droga. A cura dei dott.ri Paolo Giovannelli, psichiatra Claudia Bernasconi, psicologa |
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Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Maggio 2011 16:10 |
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